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Tribunale di Bari III Sez. 10.05.2012 - presunzione di corresponsabilità ex art. 2054 comma 2 c.c. Stampa E-mail
Domenica 10 Giugno 2012 08:02

Tribunale  Bari  sez. III 10 maggio 2012

                               REPUBBLICA ITALIANA
                          IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il    Tribunale  di  Bari,  Terza  Sezione  Civile,  in  composizione
monocratica,    nella    persona   del  dott.  Francesco  Agnino,  ha
pronunciato la seguente
                           SENTENZA EX ART. 429 C.P.C
nella causa civile iscritta al n. 3713/2008 R.G.A.C. vertente
                                      TRA
P.G.,  elettivamente  domiciliato in Mola di Bari alla via S., presso
lo  studio  dell'Avv.  A.P.  che lo rappresenta e difende in giudizio
giusta procura a margine del ricorso;
                                                                    -Ricorrente-
                                       E
Fondiaria    Sai    Assicurazioni,    in    persona  del  suo  legale
rappresentante  pro  tempore, elettivamente domiciliata in Bari, alla
via  D.,  presso  lo  Studio  dell'Avv.  P.A.N., che la rappresenta e
difende   in  giudizio  giusta  procura  in  calce  alla  memoria  di
costituzione e risposta;
                                                                    -Resistente-
                                  Nonché
G.A.R.,  elettivamente  domiciliato  in  Bari  alla via L., presso lo
studio  dell'Avv.  R.R.  che  lo  rappresenta  e  difende in giudizio
giusta procura a margine della memoria di costituzione;
                                                                  - Resistente -
Oggetto: lesione personale.
CONCLUSIONI:  All'udienza  del  10  maggio 2012, le parti discutevano
oralmente  la  causa  precisando  le  conclusioni  come  da  allegato
verbale di udienza.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Con ricorso ex art. 3 l. n. 102/2006 - ritualmente notificato unitamente al decreto di fissazione di udienza - P.G. evocava innanzi all'intestato Tribunale, G.A.R. e la Fondiaria Sai, esponendo che: il 15 dicembre 2006, verso le ore 8.30, mentre percorreva la via pubblica a bordo del suo motociclo entrava in collisione con l'autovettura condotta dal G.A.R. che ometteva di concedere la precedenza come prescritto dalla segnaletica esistente in loco; in conseguenza dello scontro, perdeva il controllo del motociclo rovinando in terra; per effetto del sinistro, subiva lesioni alla salute, segnatamente frattura scomposta del I° metacarpo sinistro con lussazione trapezio-metacarpale, trauma discorsivo cervicale nonché trauma contusivo ginocchio sinistro (cfr. certificazione sanitaria in atti); anche il motociclo subiva danni, per la cui eliminazione aveva sostenuto una spesa pari ad euro 1503,83 (v. fattura n. 23/B del 28 marzo 2007). Tutto ciò premesso, ritenendo responsabile del sinistro de quo, il G.A.R. lo evocava in giudizio - unitamente alla compagnia assicurativa dell'automezzo da questi condotto - al fine di ottenere la condanna al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti, quantificati nella somma di euro 370.322,88, ovvero nella somma maggiore o minore da accertarsi in corso di causa, con vittoria di spese da liquidarsi ai sensi dell'art. 93 cpc.

Si costituiva in giudizio la compagnia assicurativa che chiedeva il rigetto della domanda attorea perché infondata in fatto ed in diritto, contestando sia l'an che il quantum della pretesa azionata.

All'udienza del 4 novembre 2008, attesa la regolarità della notifica al G.A.R. e stante la sua mancata costituzione ne era dichiarata la contumacia.

Con memoria depositata il 13 dicembre 2010, si costituiva in giudizio il G.A.R. chiedendo il rigetto del ricorso perché infondato in fatto ed in diritto, chiedendo altresì la condanna del ricorrente ai sensi dell'art. 96 cpc.

La causa era istruita con l'assunzione di prove orali ed alla udienza del 10 maggio 2012 - dopo la discussione orale - era introitata per la sentenza.

Il ricorso è infondato e deve essere quindi rigettato.

Preliminarmente si osserva come l'eccezione di decadenza da ogni tipo di richiesta ai sensi dell'art. 416 cpc formulata dal ricorrente nei confronti del G.A.R. è infondata.

Invero, nel rito del lavoro (applicabile in materia di sinistri stradali per effetto della legge n. 102/2006), il convenuto dichiarato contumace nella prima udienza, ben può poi successivamente costituirsi nel corso del giudizio di primo grado, contestando la fondatezza della domanda. La previsione dell'obbligo del convenuto di formulare nella memoria difensiva di primo grado, a pena di decadenza, le eccezioni processuali e di merito nonché di prendere posizione precisa in ordine alla domanda e di indicare le prove di cui intende avvalersi, infatti, da un lato, non esclude il potere-dovere del giudice di accertare se la parte attrice abbia dato dimostrazione probatoria dei fatti costitutivi e giustificativi della pretesa, indipendentemente dalla circostanza che, in ordine ai medesimi, siano state o meno proposte, dalla parte legittimata a contraddire, contestazioni specifiche, difese ed eccezioni in senso lato, e, dall'altro, non impedisce alla parte di sollevare (ed impone al giudice di esaminare) in qualunque momento tutte le difese in senso lato e le questioni rilevabili d'ufficio che possano incidere sul rapporto controverso.

Inoltre, sempre tenendo conto della peculiarità del rito applicabile alla presente controversia, deve osservarsi che in ossequio all'art. 421 c.p.c., nell'ottica di un giusto contemperamento del principio dispositivo con quello della ricerca della verità reale, deve ritenersi ammissibile la produzione fatta dal G.A.R. della sentenza del 12 gennaio 2012 del giudice di Pace di Bari di assoluzione del G.A.R. stesso dal reato di lesioni colpose perché il fatto non sussiste (sulla valutazione delle emergenze processuali v. infra), trattandosi di documentazione certamente utile ai fini della ricostruzione fattuale del sinistro per cui è causa.

Peraltro, nel caso di specie la sentenza penale è stata depositata successivamente alla costituzione del G.A.R., di guisa che essendo difficile l'assolvimento dell'onere probatorio a cura della parte al momento della sua costiuzione in giudizio, l'esercizio dei poteri di ufficio può rimediare alla lacuna istruttoria onde poter emettere una sentenza con piena cognizione di causa.

Passando al merito deve osservarsi quanto appresso.

L'attività istruttoria espletata consente di affermare come nel caso di specie non vi è stata collisione tra i mezzi condotti rispettivamente dal G.A.R. e dal P.G..

Dirimente ai fini della esclusione dell'impatto è la statuizione penale prodotta dal G.A.R..

Infatti, sulla scorta della valutazione congiunta del materiale probatorio acquisito in questa sede e le risultanze del processo penale può affermarsi come le prove orali acquisite su impulso del ricorrente siano recessive rispetto alle risultanze probatorie di segno contrario.

Invero, in sede di interrogatorio formale il G.A.R. ha dichiarato che quando io ero fermo una moto ha frenato ha scivolato e si è fatto dieci metri di trascinamento a terra fermandosi nelle vicinanze della macchina mia senza toccarla; il P.G. ha invece riferito l'impatto è stato inevitabile nonostante la frenata.

Quanto alle prove testimoniali acquisite si osserva. C.C. (teste del ricorrente) ho assistito personalmente all'impatto tra la moto condotta dal prof. P.G. e la lancia del signor G.A.R., confermando il punto 2 del ricorso (a causa dell'urto il prof. P.G. cadeva rovinosamente sul selciato); Laddaga Vincenzo (teste della compagnia assicurativa): preciso che il motore cadde senza impattare l'autovettura del G.A.R. proprio davanti all'auto stessa.

Tuttavia, in sede penale, il giudice di pace ha indicato il racconto del C.C. come lacunoso nella descrizione dell'impatto, tenuto conto che lo stesso ha precisato di non aver visto il motociclista cadere a terra (contraddicendosi rispetto a quanto dichiarato in sede civile, contraddizione che ne inficia la sua attendibilità); al contrario il Laddaga ha narrato le stesse circostanze (assenza di collisione), di guisa che il suo narrato, scevro di contraddizioni e sostanzialmente uniforme nel suo nucleo fondante, deve ritenersi dotato di una maggiore capacità dimostrativa della assenza di scontro tra gli automezzi.

Ciò osservato, essendo pacifico che non vi è stata collisione diretta tra i mezzi, non può essere applicata la presunzione di corresponsabilità di cui all'art. 2054 comma 2 c.c.

La giurisprudenza di legittimità del tutto maggioritaria, che questo Giudice condivide ed al cui insegnamento intende conformarsi, ha infatti spiegato che la presunzione di corresponsabilità prevista dall'art. 2054 comma 2 c.c. è applicabile soltanto in ipotesi di scontro tra veicoli e non quando sia mancata la collisione tra gli stessi, posto che l'estensione del concetto di 'scontro' a tutte le ipotesi in cui si verifica un nesso eziologico tra le reciproche manovre e l'evento lesivo, contrasta sia con l'inequivoca lettera della legge - dato che l'espressione 'scontro' indica soltanto la collisione fisica - sia con la sistematica e la ratio della fattispecie (Cass. n. 12370/2006, Cass. n. 12750/2001, Cass. n. 10026/1998, Cass. n. 10110/1997, Cass. n. 9051/1995, Cass. n. 3814/1979; per la giurisprudenza di merito, cfr. Trib. Roma 20/3/2006; Trib. Piacenza n. 364/2010).

Né tale principio può essere superato riferendosi a quella parte di giurisprudenza che ritiene la norma in parola estensivamente applicabile all'ipotesi di sinistro in cui manchi una collisione diretta tra veicoli e quando sia necessario risolvere il problema della graduazione del concorso di colpa, laddove però nel sinistro stradale tale concorso sia stato accertato in concreto, e sia quindi stato positivamente acclarato il nesso di causalità tra la guida del veicolo non coinvolto e lo scontro (Cass. n. 10751/2002 e Cass. n. 3131/1996). Nel caso che qui occupa, infatti, oggetto di causa è proprio l'accertamento dell'eventuale responsabilità, e quindi del contributo causale, del veicolo condotto dal G.A.R., non coinvolto in alcun scontro, e quindi è radicalmente inapplicabile la presunzione di cui all'art. 2054 comma 2 c.c.

Ne consegue che, alla stregua dei principi generali codificati dall'art. 2697 c.c., spetta interamente all'attore dar prova di quanto dedotto.

Ciò premesso, va evidenziato che l'istruttoria svolta non ha in alcun modo consentito di acclarare il motivo per il quale la moto è rovinata a terra.

Invero, il conducente di un autoveicolo, una volta fermatosi sulla linea di stop, prima di riprendere la marcia, ha obbligo di ispezionare la strada preferita, per assicurarsi che sia libera da sopraggiungenti veicoli e, in caso negativo, di accordare la precedenza a tutti i veicoli circolanti sulla detta strada, sia provenienti da destra che da sinistra. Infatti l'obbligo imposto ai conducenti di veicoli di arrestare la marcia e cedere la precedenza nei due sensi, quando vi sia un cartello di stop in prossimità di un crocevia, ha carattere rigido, con la conseguenza che la fermata a detto segnale deve effettuarsi almeno per un attimo quando l'area del crocevia è libera, mentre deve protrarsi, in caso di sopravvenienza di veicoli sulla strada che si sta per imboccare, il tempo necessario a consentire a tutti detti veicoli di passare con precedenza (cfr. Cass. 19 febbraio 2009 n. 4055).

In ogni caso, l'infrazione, anche grave, come l'inosservanza del diritto di precedenza, commessa da uno dei conducenti non dispensa il giudice dal verificare anche il comportamento dell'altro conducente al fine di stabilire se, in rapporto alla situazione di fatto accertata, sussista un concorso di colpa nella determinazione dell'evento dannoso (Cass., sez. III, 05-05-2000, n. 5671).

L'art. 140 c.d.s. che, ponendo a carico di ogni conducente l'obbligo di attivarsi per salvaguardare la propria e l'altrui incolumità, sancisce il generale principio per cui anche il conducente favorito dal diritto di precedenza deve attivarsi per prevenire le altrui scorrettezze che siano in qualche modo prevedibili.

Nel caso di specie per come riferito da parte ricorrente l'incrocio non era regolato da alcun segnale di stop, ma solo da segnale di dare la precedenza (ometteva di concedere la precedenza come prescritto dalla segnaletica esistente in loco).

L'automobile del G.A.R. era incolonnata nel traffico (v. esame del P.G. innanzi a giudice di pace, nonché testimonianza di Laddaga Vincenzo), di modo che le condizioni proprie del traffico escludono la possibilità che il G.A.R. abbia potuto ocupare senza rallentare il centro dell'incrocio, dovendosi al contrario presumere che lo stesso procedesse molto lentamente.

In altri termini, parte ricorrente non ha provato l'eventuale immisione repentina dell'automobile condotta dal G.A.R. (il quale non aveva alcun segnale di stop), né tantomeno a che distanza si trovasse nel momento della immissione sulla strada percorsa, con la conseguenza che non essendosi il P.G. arrestato in tempo, deve presumersi o che procedesse ad una velocità non consona, e quindi certamente eccessiva rispetto allo stato dei luoghi (in considerazione del traffico mattutino), o che la sua attenzione non fosse adeguata.

In conclusione non vi è prova alcuna di quanto dedotto da parte attrice in ordine alla immissione repentina da parte del G.A.R. sulla strada percorsa dal motorino, con la conseguenza che nessun profilo colposo nella guida dello stesso è stato provato dall'attore, a ciò tenuto in ragione del riparto probatorio previsto dall'art. 2697 c.c.

Evidenziato che, in ragione di tutto quanto sopra, la domanda risarcitoria attorea va rigettata.

Infodata è la domanda di condanna ex art. 96 cpc proposta dal G.A.R. nei confronti del P.G..

Al riguardo viene in rilievo il principio di diritto, secondo cui la condanna ex art. 96 c.p.c. per lite temeraria presuppone non solo il requisito oggettivo della totale soccombenza di controparte e quello soggettivo dell'elemento psicologico di avere agito o resistito in mala fede o colpa grave; ma richiede anche la prova, quanto meno nelle sue linee essenziali relativamente all'an e quantum di un danno subito (cfr. Cass. n. 9614/2010; n. 27383/2005, n. 21393/2005, n. 18169/2004, n. 13355/2004, Sezioni Unite n. 7583/2004). Il che non osta (si veda sul punto Cass. Sezioni Unite n. 3057 del 2009 e Cass. sez 3 n. 10606 del 30.04.2010) a che l'interessato possa dedurre, a sostegno della sua domanda, condotte processuali dilatorie o defatigatorie della controparte, potendosi desumere il danno subito da nozioni di comune esperienza anche alla stregua del principio, ora costituzionalizzato, della ragionevole durata del processo (art. 111 comma 2 cost) e della legge n.89 del 2001 (cd. legge Pinto) secondo cui nella normalità dei casi e secondo I'id quod plerumque accidit ingiustificate condotte processuali, oltre a danni patrimoniali causano ex se anche danni di natura psicologica, che per non essere agevolmente quantificabili, vanno liquidati equitativamente sulla base degli elementi in concreto desumibili dagli atti di causa. Sostiene la Cassazione da ultimo citata, che non si tratta di riconoscere un danno in re ipsa, il che sarebbe contrario alla logica della necessaria individuazione del danno come danno-conseguenza, bensì di prendere atto, secondo nozioni di comune esperienza, che il subire iniziative giudiziarie temerarie o resistenze temerarie a pretesa giudiziali, comporta, per il fisiologico "scarto" fra la liquidazione delle spese giudiziali - che obbedisce a tariffe predeterminate e, per gli onorari, contempla una discrezionalità del giudice nella liquidazione, sia pure sulla base di elementi del caso concreto - e quanto normalmente riconosciuto nel rapporto tra cliente e difensore. In questa ottica, una volta riconosciuta la temerarietà della lite, in mancanza di dimostrazione di concreti e specifici danni patrimoniali conseguiti al suo svolgimento, è giustificabile che il giudice, avuto riguardo a tutti gli elementi della controversia ed anche alle spese giudiziali che concretamente comporterebbero alla parte vittoriosa, attribuisca alla parte vittoriosa il riconoscimento di un danno patrimoniale procedendo alla sua liquidazione in via equitativa.

Nel caso concreto, per tutti motivi esposti, non vi è dubbio che non si tratti di lite temeraria. Invero, l'esclusione della responsabilità del G.A.R. nella causazione del sinistro è stata accertata solo dopo un'approfondita disamina del materiale probatorio (sia documentale che orale) acquisito al processo, non essendo emerso prima facie in termini lapalissiani. Pertanto, la situazione di incertezza probatoria - poi dipanata successivamente - al momento della proposizione della lite esclude, ab origine, la mala fede o la colpa grave della parte processuale e comunque la sussistenza dei presupposti per la responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c.

Non vi sono motivi per derogare ai principi generali codificati dall'art. 91 c.p.c. in tema di spese di lite, che, liquidate come da dispositivo in assenza di nota, sono quindi poste a carico della soccombente parte attrice ed a favore delle vittoriose due parti convenute, precisandosi che nei confronti del G.A.R. - stante il rigetto della sua domanda di condanna ex art. 96 cpc - le spese devono essere compensate nei limiti della metà.

P.Q.M.

P.Q.M.

Il Tribunale di Bari, definitivamente pronunciando ella causa n. 3713/2008, nel contraddittorio tra le parti, ogni contraria istanza, eccezione e difesa respinte:

1. rigetta la domanda proposta da P.G.;

2. condanna P.G. a rifondere alla Fodiaria Sai Assicurazioni, in persona del legale rappresentante pro tempore, le spese di lite del presente giudizio, che si liquidano applicando l'art. 9, comma 3, della legge del 24 marzo 2012 n. 27 a mente del quale le tariffe vigenti alla data di entrata in vigore del presente decreto continuano ad applicarsi, limitatamente alla liquidazione delle spese giudiziali, fino alla data di entrata in vigore dei decreti ministeriali di cui al comma 2 e, comunque, non oltre il centoventesimo giorno dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, in euro 1649,00 per diritti, euro 7.720,00 per onorari oltre al rimborso delle spese generali ex art. 14 d.m. 8 aprile 2004, n. 127, C.P.A. e I.V.A. come per legge, da distrarsi ex art. 93 cpc al difensore dichiaratosi antistatario;

3. rigetta la domanda di condanna ex art. 96 cpc proposta da G.A.R.;

4. condanna P.G. a rifondere a G.A.R. le spese di lite del presente giudizio nei limiti della metà, che si liquidano applicando l'art. 9, comma 3, della legge del 24 marzo 2012 n. 27 a mente del quale le tariffe vigenti alla data di entrata in vigore del presente decreto continuano ad applicarsi, limitatamente alla liquidazione delle spese giudiziali, fino alla data di entrata in vigore dei decreti ministeriali di cui al comma 2 e, comunque, non oltre il centoventesimo giorno dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, in euro 418,00 per diritti, euro 2680,00 per onorari oltre al rimborso delle spese generali ex art. 14 d.m. 8 aprile 2004, n. 127, C.P.A. e I.V.A. come per legge;

Così deciso in Bari, il 10 maggio 2012

Il Giudice

dott. Francesco Agnino

 

 

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